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Il mio ricordo...

Son passati ben quattro anni ma il ricordo di quei quindici giorni resterà sempre nella mia mente e niente e nessuno potrà mai cancellarli.

Ricordo che erano appena passate le vacanze di Pasqua, quando il 23 aprile me ne torno a Baronissi (Salerno). Saluto la mia famiglia, compreso mio fratello. Chi lo avrebbe mai detto che sarebbe stata l’ultima volta che avrei parlato con lui! E già, passano appena ventiquattro ore e apprendo la notizia dell’incidente di Pietro. E’ l’una e trenta circa del 25 aprile, quando mi giunge la telefonata di una persona a me molto cara e mentre chiacchieriamo tranquillamente mi dice che Pietro è caduto dalla moto. Subito scoppio a piangere, avevo paura che gli fosse successo qualcosa, che si fosse rotto un braccio o una gamba, ma questa persona continuava a dirmi che non era nulla di grave, che era stato trasportato in ospedale solo per degli accertamenti e così via. Riattaccammo il telefono dicendoci che chi prima avesse saputo qualcosa lo avrebbe fatto sapere. Chiamo a casa ma non mi risponde nessuno. Dopo dieci minuti richiamo questa persona per vedere se c’erano novità. Le uniche cose che mi dice sono che i miei sono in ospedale, che non era niente di grave e che mi avrebbe chiamata non appena si sarebbe saputo qualcosa. Ma la telefonata non è più arrivata per tutta la notte.

Nel frattempo non riuscivo a prendere più sonno, ero preoccupata, sentivo che era successo qualcosa che mi si voleva nascondere.

Provai a chiamare i miei amici, avevo bisogno di parlare con qualcuno, ma avevano tutti il telefono spento. Verso le quattro del mattino prendo sonno. Alle otto mi sveglio, provo a chiamare a casa, sul cellulare di mamma, ma tutto inutile, continua a non rispondere nessuno. Dopo qualche minuto mi arriva la telefonata di mamma, in lacrime e mi dice dell’incidente e di andare a Benevento e di raggiungerli in ospedale.

Vado in panico!!! Per dirmi di tornare a casa deve essere successo qualcosa di grave. Scesi dai ragazzi del piano di sotto in lacrime, avevo una gran paura, racconto tutto ai miei amici, risalgo, metto qualcosa nel borsone e accompagnata da loro vado a prendere un autobus per scendere a Salerno. Il primo treno per Benevento parte alle 10.40 e fa il giro per Napoli; è l’unico collegamento di quella mattina del 25 aprile. L’arrivo a Benevento è previsto per le 13.30.

Durante il viaggio mi arrivarono un sacco di telefonate, la cosa mi faceva preoccupare ancora di più perché mi rendevo conto che la notizia si stava divulgando sempre più e che quindi si trattava effettivamente di qualcosa di molto serio.

Alle 13.30, dopo un viaggio lunghissimo, arrivo alla stazione di Benevento, dove sono ad aspettarmi alcuni dei miei parenti. Mia cugina mi rivolge subito queste parole che rimbomberanno nella mia testa per un bel po‘: "PIETRO E´ IN COMA!!!". Non volevo crederci, non potevo crederci, il mio fratellino in coma perché è caduto dalla moto?! Mi chiedevo cosa diavolo fosse successo e la mia mente volava mentre mi accompagnavano in ospedale, al Fatebenefratelli. Finalmente arriviamo, scendo dalla macchina, salgo le scale, corridoio lunghissimo… All’improvviso vedo mamma e papà in lacrime davanti ad una porta, li raggiungo, ci abbracciamo, mentre li guardavo e li vedevo disperati. Dopo un po’ mamma mi chiede se avevo voglia di vedere Pietro. Io dico subito di si, decido di entrare da sola, volevo rendermi conto della situazione. Entro da una porta, qui mi fanno indossare il camice, la cuffia, la mascherina, i guanti e finalmente entro.

Mi avvicino ad un letto circondato da un’infinità di macchinari e vedo che in quel letto c’è Pietro, il mio fratellino. Mi avvicino sempre di più al letto fin quando non inizio a toccarlo, accarezzarlo. Non potevo assolutamente crederci, come si era combinato, non sembrava più lui, aveva il viso irriconoscibile, era gonfio, aveva la fronte sfondata, i denti rotti, insomma non era più lui. Inizio a piangere, l’accarezzo, lo guardo attentamente, era attaccato ad un respiratore, gli veniva iniettato del sangue, era immobile, lo chiamavo ma lui non mi rispondeva. Non sembrava più lui, non potevo credere che gli fosse successa una cosa tanto brutta e avevo paura. Volevo uscire, ma i medici e gli infermieri mi dicono di restare ancora un po’ e così resto ancora accanto a lui, non sapevo che fare, cosa dire, era tutto così strano, confusionale. Resto ancora un po’ e poi decido di uscire, mi veniva da piangere; mamma e papà mi aspettavano, mi metto a parlare un po’ con loro, mentre si aspettava il trasferimento all’ospedale Rummo, dato che Pietro stava avendo un’emorragia alla gola e in questo ospedale non era presente un otorinolaringoiatra.

Verso le 15.30 avviene l’ennesimo trasferimento, e già, era la quarta volta che veniva trasportato da un ospedale all’altro. Infatti, subito dopo l’incidente viene trasportato all’ospedale più vicino, quello di Cerreto Sannita, poi al Rummo di Benevento, dove trascorrerà l’intera notte sulla barella in una corsia dell’ospedale, in quanto non erano presenti posti in rianimazione. Alle prime luci dell’alba viene trasferito al Fatebenefratelli in rianimazione nel reparto di cardiologia e infine di nuovo al Rummo, per potergli fermare l’emorragia alla gola. Comunque scendiamo giù al pronto soccorso dove eravamo insieme ai parenti e amici, quando lo vediamo arrivare sopra una barella e lo trasportano in ambulanza, si vedeva che la situazione era molto grave. Arriviamo al Rummo.

Qui le notizie non sono per niente buone, riescono a fermargli l’emorragia alla gola ma ci dicono che ha le pupille dilatate; brutto segno, indicano la morte celebrale. Rimarrà al pronto soccorso fino alle 19, dove nel frattempo è arrivata tantissima gente, amici, conoscenti, a manifestare la loro solidarietà nei nostri confronti.

Alle 19.30 viene trasferito in sala operatoria, in quanto i medici hanno deciso di operarlo per fermargli l’emorragia celebrale, quindi togliere la calotta cranica per lasciare spazio al cervello nel caso in cui si gonfiasse. L’operazione va avanti fino all’una e trenta, durante la quale ha anche un arresto respiratorio. L’operazione in se per se va bene, le emorragie sono state fermate, anche se la situazione, come ci è stato detto sin dal primo momento è critica e molto grave. Finita l’operazione riusciamo a vederlo per tre secondi, mentre lo trasportano in rianimazione, dove inizierà un altro calvario.

Passeranno esattamente 14 giorni prima che Pietro ci lasci definitivamente. Questi 14 giorni sono trascorsi quasi tutti allo stesso modo. A turno con i miei genitori entravamo in sala rianimazione per stare una mezz’oretta in compagnia di Pietro. Ognuno di noi riusciva a vederlo dopo tre giorni; lo scenario era sempre lo stesso, anzi man mano che passano i giorni la situazione peggiorava. Ogni giorno c’era il colloquio con i medici e purtroppo le parole erano sempre le stesse: “la situazione è molto critica, l’elettroencefalogramma è quasi piatto, dobbiamo aspettare e così via”.

Le nostre giornate non avevano più senso, passavamo i giorni a sperare che la situazione potesse cambiare, ma sapevamo che neppure un miracolo avrebbe cambiato le cose. Come ormai ci aspettavamo, la mattina dell’8 maggio ci viene detto che l’elettroencefalogramma è ormai piatto da più giorni; non c’è più niente da fare. Venne convocata una commissione di medici per accertare la morte cerebrale. Subito e di comune accordo con i miei genitori abbiamo acconsentito all’espianto degli organi, certi che anche Pietro avrebbe voluto la stessa cosa.

Non dimenticherò mai l’affetto e la solidarietà di tante persone, parenti, amici e conoscenti che in quei giorni ci sono stati vicini come più potevano.

 

Marianna

 
se mi ami non piangere